La Bce potrebbe abbandonare l’obiettivo del 2% di inflazione

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La Bce potrebbe abbandonare l’obiettivo del 2% di inflazione

La seduta del 18 luglio è stata caratterizzata da una forte volatilità sul cambio euro/dollaro, soprattutto a seguito delle dichiarazioni del direttore generale per la politica monetaria della Banca Centrale Europea, Massimo Rostagno, da cui si evince che sarebbe allo studio da parte dell’Istituto una revisione del target sull’inflazione, attualmente vicino al 2%.

Lo staff della Banca Centrale sta valutando l’appropriatezza dell’attuale target sui prezzi, alla luce della situazione di post-crisi che stiamo vivendo.

Il dato più preoccupante è quello relativo all’inflazione prospettica: le previsioni del prossimo decennio sono recentemente scese al minimo storico (1,12%), molto lontane dal target. Per questo motivo la BCE, anziché continuare a rincorrere un obiettivo sempre più difficile da centrare, potrebbe cambiare le regole del gioco, aprendo alla possibilità di un rialzo che sfori il tetto del 2%. Qualora si andasse in questa direzione, i mercati potrebbero andare a scontare nuove manovre espansive, quali il taglio dei tassi o il lancio della seconda fase del Quantitative Easing.

La questione non riguarda solo la BCE, ma anche altre economie avanzate quali USA e Giappone. Ad oggi, infatti, nonostante gli sforzi profusi, le istituzioni monetarie del G-7 stanno faticando a raggiungere l’obiettivo di un’inflazione pari al 2%.

La motivazione di questo va ricercata nelle pressioni deflazionistiche che sono più forti che in passato. La politica dei tassi bassi, applicati dalle banche centrali per stimolare la crescita, ha avuto l’effetto di mantenere in vita anche imprese poco efficienti, esercitando così una pressione al ribasso sui prezzi ed impedendo alle aziende più efficienti di aumentarli.

Il progressivo invecchiamento della popolazione delle società più sviluppate, inoltre, sta facendo in modo che prevalga la propensione al risparmio, anziché quella agli investimenti, che solitamente aiutano a far lievitare l’inflazione. Si tratta, pertanto, di cause strutturali e non passeggere: ecco perché anziché sperare che lo scenario mondiale cambi e torni al passato, appare oggi più saggio, da parte delle banche centrali, ricalibrare i propri obiettivi di politica monetaria.