Bce pronta ad intervenire se l’inflazione resta bassa

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Bce pronta ad intervenire se l’inflazione resta bassa

Il Presidente Mario Draghi ha confermato l’oggetto dell’ultima riunione: la Bce può intervenire, con ogni mezzo a sua disposizione, se l’inflazione resta bassa, cosa ormai quasi certa. I mezzi a disposizione sono i nuovi titoli di Stato, i finanziamenti a basso costo alle banche ed un possibile taglio dei tassi d’interesse. Questo messaggio ha portato, come conseguenza, ad un abbassamento dell’euro rispetto al dollaro, che si è stanziato a quota 1,118, provocando la reazione di Donald Trump che ha accusato l’Europa di concorrenza sleale.

“Il programma di acquisto di asset (il Quantitative Easing) ha ancora uno spazio considerevole”, ha sottolineato il Presidente,“e ulteriori tagli dei tassi e misure per mitigare qualsiasi effetto collaterale continuano a far parte degli strumenti a nostra disposizione. In assenza di un miglioramento, sarà necessario un ulteriore stimolo”. Il messaggio è molto chiaro: la politica monetaria della Bce, dopo quattro anni di stimoli, potrebbe essere interrotta e sostituita da nuovi aiuti all’economia europea.

“Guardando in prospettiva, i rischi per l’outlook rimangono orientati al ribasso e gli indicatori per i prossimi trimestri puntano ad una debolezza persistente”, ha aggiunto Draghi, specificando inoltre che i rischi degli ultimi tempi continuano a pesare, soprattutto sul settore manifatturiero. “Nelle prossime settimane, il Consiglio direttivo delibererà in che modo i nostri strumenti possano essere adattati alla severità del rischio sulla stabilità dei prezzi. Manteniamo la capacità di rafforzare la nostra forward guidance, modificando la sua condizionalità per tenere conto delle variazioni negli aggiustamenti del percorso d’inflazione”. Questo principio si applica a tutti gli strumenti di politica monetaria.

Quanto detto da Draghi è piaciuto ben poco a Donald Trump che lo ha criticato via Twitter: “Mario Draghi ha appena annunciato nuovi stimoli, cosa che ha immediatamente fatto scivolare l’euro contro il dollaro, rendendo più facile la concorrenza sleale delle aziende europee contro quelle americane. Sono andati avanti cosi per anni, come la Cina e altri”. A questo messaggio sono seguiti altri tweet in cui il Presidente ha definito “unfair” (ingiusto) il buon andamento dei mercati europei.

La presidenza di Mario Draghi scadrà, dopo 8 anni, a fine ottobre; in merito al suo successore circolano diversi nomi, ma manca ancora un candidato favorito rispetto agli altri.

Draghi ha comunicato anche con i Paesi che hanno registrato conti in ordine, chiedendo di adottare misure di stimolo: “ Anche la politica di bilancio deve fare la propria parte. Nel corso degli ultimi 10 anni, il peso degli aggiustamenti macroeconomici è caduto in maniera spropositata sulle spalle dell’economia monetaria. Abbiamo anche visto casi in cui la politica fiscale è stata pro-ciclata ed è andata nel senso contrario allo stimolo monetario. Se il mix squilibrato di politiche macroeconomiche nell’area dell’euro spiega in parte lo scivolamento in disinflazione, allo stesso modo un migliore mix di politiche può aiutare a mettervi fine”.

Draghi, infine, fa alcune considerazioni sulla moneta unica: “ L’euro è stato introdotto venti anni fa al fine di isolare il mercato unico da crisi e da svalutazioni competitive che minacciavano la sostenibilità dei mercati. Era anche un progetto politico che, basandosi sul successo del mercato unico, avrebbe portato ad una maggiore integrazione dei suoi Stati membri. In entrambi i casi, la visione dei nostri antenati ha ottenuto buoni risultati. Immaginate dove sarebbe il mercato unico oggi, dopo la crisi finanziaria globale e a fronte del crescente protezionismo, se tutti i paesi europei fossero stati liberi di adeguare i loro tassi di cambio. Invece, le nostre economie si sono integrate, sono diventate convergenti e hanno affrontato la più grave sfida dalla Grande Depressione.”

“La maggior parte dei paesi dell’Unione monetaria esportano più tra loro che con Stati Uniti, Cina o Russia. Tuttavia. le persistenti debolezze istituzionali della nostra unione monetaria non possono essere ignorate, se non a rischio di danneggiare seriamente ciò che è stato realizzato. La logica suggerirebbe che quanto più le nostre economie saranno integrate, tanto più veloce dovrebbe essere il completamento dell’unione bancaria dei mercati di capitali”.

Per quanto riguarda la risposta dell’Europa alla crisi economica degli scorsi anni, Draghi ha spiegato che la politica restrittiva è stata data soprattutto “dal bisogno di alcuni paesi di ristabilire la credibilità fiscale”. “ La politica di bilancio dell’Eurozona è divenuta restrittiva in risposta alla crisi del debito, con una stretta di circa 4 punti in percentuali del Pil potenziale fino al 2013, anni in cui l’Eurozona è rimasta per la maggior parte in recessione”. Negli Stati Uniti, invece, la risposta è stata opposta, con una politica fiscale inizialmente più accomodante, per poi restringersi, quando la ripresa economica era già in atto. Draghi spiega: “ L’Eurozona è stata costretta su un percorso diverso dal bisogno di alcuni paesi di ristabilire la credibilità fiscale, ma in aggregato l’Eurozona non aveva meno spazio fiscale degli Stati Uniti: i livelli del debito pubblico erano simili nelle due giurisdizioni. La differenza chiave è stata che la stabilizzazione fiscale negli Usa è avvenuta a livello federale, mentre l’Eurozona non disponeva di uno strumento fiscale centrale per agire in maniera anti-ciclica”.

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